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San Paterniano

Tra gli abitanti di Molini e Pettino si trova la chiesa di San Paterniano. Il Santuario è un piccolo edificio eretto nel luogo dove il Santo, già Vescovo di Fano, avrebbe condotto vita eremitica. Si narra che l’immagine di S. Paterniano, dopo la sua morte, apparve più volte nel luogo, fino a quando non fu eretta la chiesa in suo onore. L’edificio ecclesiale è munito di una più piccola cella adibita a romitorio, occupata da eremiti religiosi e laici fino ai primi decenni del ‘900. L’edificio attuale non è antecedente al sec. XVI e si presenta con una semplice facciata a capanna con portale e finestrelle laterali, preceduto da un portico a trasanna, tra le cui travi è stata inserita anche la campana della chiesa. Sul lato destro della facciata della chiesa sporge una grossa pietra levigata dal tempo e con evidenti insenature, che la tradizione attribuisce alle impronte delle ginocchia e del bastone del santo che su questa pietra si inginocchiava a pregare. In queste concavità i fedeli si inginocchiano per prevenire o curare le malattie delle ossa. Ogni anno, il 10 luglio, i fedeli, provenienti da un ampio territorio circostante si radunano nel piazzale di fondovalle poco distante dalla chiesa, dove si recano in processione per celebrale la messa. Un tempo raggiungevano il santuario con un lungo tragitto compiuto a dorso di un mulo; in prossimità della chiesa ogni uomo indossava il camice della confraternita a cui apparteneva e ciascuna comunità formava una processione.
Il santuario è posto a 1020m di altitudine ed è completamente circondato da splendide foreste: intorno alla chiesa è possibile osservare una notevole varietà di tipi di vegetazione e nell’ambito di pochi metri si alternano foreste igrofile, boschi a prevalenza di cerro, zone più rade una volta pascolate e attualmente in fase di riforestazione, boschi di faggio in conservazione a fustaia, che si spingono sino alla sommità dei monti prospicienti all’eremo.

S. Paterniano1

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L’Università Agraria di Cammoro

Il 31 dicembre 1898 la giunta arbitrale di Spoleto dichiarò definitivamente affrancati a favore degli abitanti di Cammoro i beni passati dopo l’unità, al demanio comunale di Sellano; il 9 novembre 1899 si costituì l’Università agraria (detta anche Comunanza Agraria) di Cammoro con l’approvazione dello statuto da parte della Giunta provinciale amministrativa. L’Università agraria fu costituita collo scopo del godimento dei beni appartenenti per indiviso alle famiglie che la compon[evano]…(art.1). il 10 novembre furono eletti il presidente Eusebio Bianchi, che attivamente aveva partecipato alla vicenda dell’affrancazione, e il primo Consiglio di amministrazione composto da Pietro Fiorelli, Luigi Ronchetti, Agostino Brama, Feliciano Quaglia. Segretario fu nominato Giuseppe Merli di Trevi, amministrativo di professione, che ricoprirà la carica ininterrottamente fino al dicembre 1934.
Faranno parte dell’Assemblea Generale tutti gli utenti padri di famiglia, maggiori di età. Morto il padre, subentrano i figli maggiori o per i minori i loro legittimi rappresentanti (art. 2); il padre di famiglia poteva essere rappresentato dal figlio maggiore, mediante delega (art.3). l’articolo 4 stabiliva che l’Assemblea, equiparata ai consigli comunali, poteva anche distribuire fra gli utenti le rendite nette da spese od erogarle in altro modo. La stessa doveva essere convocata due volte l’anno e ogni volta il Consiglio di amministrazione lo avesse ritenuto necessario (art.6). Il Consiglio, con i poteri delle giunte comunali, composto dal presidente e da quattro consiglieri, veniva eletto ogni tre anni e nominava,fuori del suo seno, il segretario, il tesoriere e la guardia campestre (art.7). Aveva il potere di vendere il taglio dei boschi, l’affitto delle tartufaie e farà le altre lavorazioni, con procedura d’asta pubblica o a trattativa privata, dando preferenza a parità di condizioni agli utenti, i quali, ugualmente, andavano favoriti per l’esecuzione dei lavori intrapresi a cura della Comunanza (art.8). L’articolo 5 ripropone la differenziazione di diritti, senza eliminarla completamente, tra originari e forestieri: Saranno utenti tutte le famiglie originarie del luogo e quelle che vi dimorano permanentemente da oltre trent’anni, o quelle che vi possiedono, tenendovi il rappresentante o colono… però per i possedimenti non residenti, il Consiglio di amministrazione potrà imporre una tassa annua… Per la ammissioni di nuovi utenti provvederà l’assemblea generale volta per volta..
Nuovi statuti-regolamenti saranno approvati il 17 dicembre 1936 dalla Deputazione provinciale amministrativa, e l’8 giugno 1951 dalla Prefettura. Entrambi i cambiamenti statuari erano relativi principalmente alle disposizioni di carattere generale riguardanti l’amministrazione, in particolare prevedevano uno spostamento di poteri dall’Assemblea e dal Consiglio, alla persona del presidente. Per il resto rimasero sostanzialmente inalterate le norme di carattere particolare e lo locale, riguardanti la gestione del patrimonio
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Le Lime e Raspe di Villamagina

Di Luciano G. Giacchè
Scrive :

La produzione
La zona del sellanese è da tempo rinomata per la produzione delle lime e raspe, prodotte a mano con un sistema di lavorazione che si tramanda da secoli.
Quest’attività è documentata fin dal settecento ed impegnava gran parte degli abitanti delle frazioni di Villamagina, Casale, Ottaggi e S. Martino. Il deschetto di legno utilizzato per l’intaglio (“la picchettatura”) delle lime e delle raspe era presente in tutte le case.
Nella metà dell’Ottocento si contavano nella zona una ventina di imprese artigiane con una produzione di oltre 12.000 dozzine di lime e raspe e circa 24.000 dozzine di altri mezzi metallici per lavori agricoli.
Le difficili condizioni di lavoro e l’agguerrita concorrenza del mercato internazionale hanno provocato la crisi di questa attività. Nel 1945 è stata fondata la Società Cooperativa Artigiana di Villamagina che attualmente conta 11 soci ed impegna 19 dipendenti. La produzione media è di 900.000 pezzi all’anno destinata per oltre il 30% al mercato estero. La Cooperativa è rimasta l’unica impresa italiana ad operare in questo campo e produce raspe tonde, piane, birolere e raspe speciali per ebanisti, mobilieri, scultori, calzolai, vetrai, maniscalchi, lavagnari.
La lavorazione
Un tempo nella zona si svolgeva l’intero ciclo di produzione: dall’estrazione del ferro nelle miniere di Monte Birbone, ad una prima lavorazione nelle ferriere di Monteleone, chiuse dopo il disastroso terremoto del 1703, alla forgiatura e produzione degli utensili nel sellanese.
La produzione è attualmente limitata alle sole raspe con processo di lavorazione rimasto sostanzialmente inalterato nel tempo.
Le barrette di ferro dolce, riscaldate alla forgia alimentata da carbone vegetale, vengono sagomate nella dimensione e nella forma voluta.
La successiva “arricciatura”, realizzata con uno scalpello di acciaio, richiede una particolare abilità; viene eseguita su un deschetto ricavato da un tronco d’albero su cui viene infisso un blocco di piombo (ora in alluminio) rivestito di cuoio per appoggiare le raspe senza rovinare i denti già formati quando si lavora l’altra faccia.
La lavorazione manuale distribuisce in modo irregolare le punte sulla superficie delle raspe, e questo costituisce il maggior pregio dell’utensile, perché garantisce una perfetta levigatura dei materiali, rispetto alle raspe prodotte meccanicamente che, presentando tutte le cuspidi disposte in fila, lasciano i segni dell’abrasione.
L’origine
La tradizione vuole che i frati di S. Croce di Sterpare e d S. Nicolò di Acquapremula, per sollevare gli abitanti delle ville di Sellano dalle condizioni di assoluta povertà in cui vivevano, li istruirono nell’arte della lavorazione del ferro per ricavarne lime e raspe. Il segreto riguardava soprattutto la fase di “Cementazione e Tempera” che consisteva nell’infornare i pezzi su un tetto di fuliggine con aggiunta di sale e polvere di corona per poi gettarli nell’acqua fredda; questo aumentava la durezza del metallo ed evitava la deformazione dei denti. Il segreto venne cosi gelosamente custodito che quando, nel 1778, il maestro limaro Francesco Antonimi di Sellano accolse nella sua bottega un giovane milanese, Cristoforo Masina, gli altri artigiani si rivolsero al Camerlengo di Santa Romana Chiesa perché fosse“rimosso dalla sua bottega il giovane suddetto sotto gravissime pene colle proibizioni, in avvenire, a tutti i limari che non abbiano ardire di mai imparare ad esteri simili mestieri”. La stessa tradizione vuole che i frati, preoccupati che la ricchezza ricavata dall’arte da loro insegnata potesse allontanare dalla fede gli abitanti, per mantenerli devoti ed onesti invocassero la maledizione su coloro che avessero guadagnato più del necessario per vivere.

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